Tra l’estate e l’autunno del 2016 il Centro Italia viene devastato dal terremoto e in buona parte distrutto nei suoi abitati. Non gli andrà come all’altrettanto tragicamente colpita l’Aquila, che ebbe in sorte il vertice mondiale dei Grandi e l’attenzione prolungata dell’opinione pubblica internazionale. E non è che al capoluogo abruzzese abbia poi giovato più di tanto.

Ma la terra colpita dal sisma nelle Marche, in Umbria, Abruzzo e Lazio ha subito di molto peggio: l’assenza. Un po’ come Messina nel 1908, o Avezzano nel 1915. Solo che i tempi eterni delle ricostruzioni, allora, sapevano di incapacità. Quelli di oggi, nel Centro Italia, sanno di volontà.

Vi racconterò cosa ho visto filmando nelle zone sconvolte dal sisma e cosa vedo oggi. Un futuro non l’ho visto, ma, come molti, ho trovato tanti elementi per sospettarlo. Mi hanno detto che accostare la gestione – o non gestione – di una terra già abitata e ora abbandonata, da decine di migliaia di millenari “indigeni”, ad altri drammi del tempo, epidemie, migrazioni, cambiamento climatico, il terrorismo, sia un abuso. Io non credo e provo a spiegarvi perché.