Nessuno ne parla, pochi lo sanno. Tra i paesi del Sudest asiatico, il vituperato Myanmar è l’unico in fiamme, lacerato da una guerra endemica di etnie separatiste contro il governo centrale. L’ex-Birmania britannica, oggi Myanmar, paese indipendente dal 1948, da allora è quasi ininterrottamente governato da militari.
Lo abbiamo conosciuto per via di Aung San Suu Kyi, alternativamente oppositrice e partecipe del governo, Premio Nobel della Pace. Col suo ruolo nell’espulsione dell’etnia musulmana dei Rohyngia, ha perso parecchia considerazione. Oggi è nuovamente agli arresti domiciliari.

Il Myanmar, con le spalle alla Cina e la fronte sul Golfo del Bengala, sta per sua malasorte in uno dei punti più strategici per il temuto confronto epocale tra USA e CINA. Tizzone infuocato nel braciere della guerra civile, questo Stato è, come il Libano e il Corno d’Africa, una decisiva posta in gioco nella partita tra le grandi potenze.
Tra ricchezza petrolifera del paese, narcotraffico di guerriglie separatiste, quinte colonne varie, Stretto di Malacca che consentirebbe alla Cina di sfuggire al controllo navale degli USA, sul Myanmar resta molto da capire e chiarire.