Nella tradizione troviamo due visioni opposte della natura umana. Gli antichi filosofi greci erano ottimisti: Socrate pensava che il vizio fosse causato da ignoranza; Platone che pratiche e racconti dissennati corrompessero i bambini; Aristotele che, se esposta a validi modelli di ruolo, una persona sarebbe naturalmente evoluta in senso virtuoso. Al contrario, l’antropologia biblica presenta un essere umano sempre meritevole di castigo e, dopo la breve parentesi di Gesù, Paolo di Tarso e Agostino tornano a stigmatizzare il corpo e le tentazioni che suscita. In epoca moderna, lo stesso contrasto si pone fra Hobbes, per cui gli impulsi umani naturali sono avidità, diffidenza e ambizione, e Rousseau, per cui sono invece istinto di sopravvivenza e pietà. Nella psicologia contemporanea, il contrasto si ripresenta nell’enfasi accordata a rinforzi positivi o negativi. È un contrasto insolubile in termini teorici, perché non avremo mai accesso a una “pura” natura umana; ma Kant insegna che abbiamo il dovere di essere ottimisti.