L’esplosione dei prezzi del gas è dovuta non semplicemente alla crescita della domanda e al calo dell’offerta, ma a un intreccio di fattori finanziari, politici e strategici.

Washington preme sull’Unione Europea perché si sganci dalla «dipendenza energetica» dalla Russia, che la rende «ostaggio» di Mosca. Calano di conseguenza i contratti a lungo termine, che permettono di importare nella UE dalla Russia gas a prezzi bassi e costanti, mentre aumentano gli acquisti di gas sui mercati dominati da potenti gruppi finanziari che speculano nelle Borse merci sui prezzi di gas e petrolio, e di altre materie prime, acquistandone enormi quantità con contratti futures.  La loro strategia è quella di far lievitare i prezzi delle materie prime per rivendere i futures a un prezzo più alto. Solo la Borsa merci statunitense Chicago Mercantile Exchange effettua 3 miliardi di contratti l’anno per l’ammontare di un milione di miliardi di dollari: oltre dieci volte il valore del pil mondiale, ossia del valore reale prodotto in un anno nel mondo.

Contemporaneamente, gli USA premono sui paesi europei perché sostituiscano al gas russo gas naturale liquefatto (GNL) estratto negli USA da scisti bituminosi con una tecnica ambientalmente distruttiva. Il GNL è molto costoso e, per entrare nel mercato, ha bisogno che il prezzo generale del gas si mantenga ad alti livelli.

Vi è inoltre la «guerra dei gasdotti», che noi italiani abbiamo già pagato a caro prezzo quando nel 2014 l’amministrazione Obama ha bloccato il South Stream che avrebbe portato in Italia gas russo a basso prezzo. La Russia ha aggirato l’ostacolo con il TurkStream che, attraversato il Mar Nero, prosegue nei Balcani per rifornire Serbia e Croazia. L’Ungheria (membro della Nato, come la Croazia) ha firmato due contratti per l’importazione di gas russo per 15 anni.  Washington risponde non solo sul piano economico, ma su quello politico e strategico. La Polonia ha annunciato che non importerà più gas russo, ma GNL dagli USA.